…40 ANNI FA SCOPPIAVA IL ’68
Nel 1923 veniva varata in Italia la riforma gentile della scuola; nasceva così una scuola di elite, una scuola che teneva conto del censo più che delle capacità effettive dei discenti, una scuola di classe insomma.
Poter ricevere un’istruzione adeguata, o quantomeno dignitosa era un privilegio non indifferente a quell’epoca; poter assicurare alla propria prole un’istruzione dignitosa invece era un sacrificio enorme e spesso addirittura impossibile.
Basti pensare alla paga mensile media intorno al 1930; un contadino arrivava a 90 lire,un operaio a 200,un impiegato a 270, un ragioniere impiegato a 350, un dirigente dalle 900 alle 1000 lire.
Diplomarsi al liceo classico costava 3700 lire; allo scientifico 4120 lire; alla scuola di avviamento al lavoro 50 lire; all’istituto magistrale dalle 1610 lire alle 2400 lire; diplomarsi geometri o ragionieri costava 2136 lire.
Risulta evidente che l’istruzione era più un lusso che un diritto; ma del resto per uno stato totalitario, dove la propaganda e la megalomania offusca le menti, è decisamente meglio avere un popolo ignorante che subisce piuttosto che persone con una precisa autocoscienza!
I difficili anni della guerra e del fascismo, poi i duri anni del dopoguerra, le difficoltà di un intero paese nel rialzarsi, riprendere in pugno la propria vita,la propria dignità lasciavano ampio spazio ad un disagio notevole che presto sarebbe arrivato a maturazione, fino ad esplodere nel movimento dei sessantottini.
Il ’68 non era semplicemente la protesta di giovani universitari che si opponevano ad una società obsoleta e ipocrita; il ’68 non era solo una ribellione filiale al bigottismo e autoritarismo paterno; il ’68 nasceva soprattutto da un’analisi spietata della società, da un dissenso verso uno Stato che restava ancora classista,nonostante la fine del totalitarismo fascista, nonostante le prime forme di ripresa economica; un dissenso rivolto ad una mentalità tutta borghese, inficiata dalla superbia, dal perbenismo e dall’altezzosità di una società che nonostante tutto restava di facciata.
Non era solo il sistema scolastico, restato immutato dai tempi di Gentile, ad essere contestato, ma tutto il sistema capitalista con i suoi effetti distorsivi sulla società, le sue ambiguità, la sua fragilità. Il cambiamento doveva essere radicale, definitivo, e soprattutto ad ampio raggio.
In Italia come in molte altre nazioni studenti e operai si ritrovarono a far fronte comune nel combattere fenomeni come il taylorismo, il classismo, ecc. Le occupazioni, gli scioperi, i sabotaggi aumentarono in maniera quasi esponenziale, e alla fine qualcosa cambiò per davvero.
Molti si sono ostinati a scrivere che l’Italia dopo il ’68 non è stata più la stessa, eppure, sono passati esattamente 40 anni da quella fatidica scintilla e tutto sembra essere tornato al 1923, quando in Italia si gettavano le basi per un’era tanto da parata quanto dannosa. Negli ultimi anni l’Italia è stata assassinata dai giornali, dalle errate politiche economiche e sociali, dagli uomini al potere e quelli di mafia.
Oggi assistiamo al fallimento dell’istituzione statale, al fallimento della società civile che non è in grado di cambiare,maturare, ed infine migliorare. L’Italia è oggi un paese di precari, di uomini dai diritti negati; l’Italia è un paese che a molti non piace perché non garantisce dignità, lavoro sicuro, istruzione, e parità di diritti. Ma l’Italia resta pur sempre il magnifico paese che può e deve cambiare; la splendida fenice che sa risorgere dalle ceneri; la terra benevola martoriata dalla politica, dalle mafie, da un’industrializzazione selvaggia e spietata, da uno sviluppo che dirsi tale non può.
mercoledì 17 dicembre 2008
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2 commenti:
Mi è piaciuto il breve excursus storico, soprattutto la parte sul '68. Non condivido solamente quel "dissenso verso uno Stato che restava ancora classista".
E' quell'ancora che non mi va giù. Quel che giovani di "sinistra", come l'autore sicuramente sarà, non sono ancora riusciti a capire è proprio il fatto che non esiste uno Stato che non sia classista. Incarnando lo Stato l'autorità che governa un dato territorio, sarà, di qualsiasi colore esso sia, e per il principio dell'autoconservazione (quello che Governa la natura), un apparato di classe che tende a privilegiare la classe, l'insieme etnico, la fede religiosa e via dicendo che ne mantiene le redini.
La caratteristica del '68, nonostante i tanti volta bandiera, i tanti futuri D'Alema e via dicendo, è stata una rottura e un rifiuto TOTALI nei confronti della società del Capitale e l'autorità Statale, in qualsiasi forma esse si esprimesseo (partiti, sindacati confederali, polizia, scuola).
L'autore dell'articolo parla dell'Italia, dimostrando una visione poco internazionalista di tutta la questione.
Ritenere che debba essere il "nostro paese" a risollevarsi significa fare il gioco tipo del Capitale. Il dividi et impera. Non per niente il '68, così come tutti gli altri movimenti insurrezionali della storia contemporanea, sono stati internazionali ed internazionalizzati. Per fare un esempio fesso di oggi. Nonostante l'asfissia che ci circonda, dopo la settimana di scontri sostenuti dal movimento anarchico greco, molto radicato all'interno della società ellenica, dopo l'ennesimo omicidio di stato, ci sono state espressioni di solidarietà e complicità in tutto l'occidente.
L'Italia, ma io parlerei del mondo intero, sono descritti in maniera disastrosa (fedelmente), ma la tua soluzione qual'è? "Uno Stato buono ed un Capitalismo giusto"!?
Ermelinda è esageratamente bella!!!
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