Sono uno studente della facoltà di scienze di Benevento. Non scrivo per fare contro informazione, più che altro mi piacerebbe condividere delle riflessioni sulla mancata mobilitazione di troppe persone, nello specifico contro la riforma Gelmini, più in generale contro altri provvedimenti impopolari dei vari governi che le riguardano direttamente (vedi precariato, pensioni ecc..). Mi scuso fin da ora se il mio discorso parte un po’ da lontano, ma lo ritengo necessario.
Da un po’ di tempo sono convinto che quello che succede ai giorni nostri alla gran parte (ahimè) degli adolescenti che si trovano a doversi munire di una coscienza politica, non sia molto diverso da quanto accade ai bambini che scelgono per quale squadra tifare. Credo che i meccanismi della scelta siano caratterizzati più o meno dallo stesso grado di leggerezza e casualità; a 15 – 16 anni può affascinare di più Che Guevara, falce e martello e bandiere rosse rispetto a Mussolini, croci celtiche e faccette nere, con buona pace delle ideologie; oppure ancora più semplicemente può capitare di prendersi una cotta per una persona che partecipa a tutti i cortei studenteschi, o magari la persona in questione non li frequenta affatto e li ritiene stupidi e quindi è meglio frequentare il bar di tendenza per avere una chance e fregarsene di tutto il resto. Fin qui niente di nuovo, l’approccio deve essere sempre stato quello; il problema è che gli ultimi 20 anni di televisione hanno portato una devastazione culturale terrificante nel nostro paese, come un po’ in tutto l’occidente. E’ evidente che viviamo in una società in cui le apparenze contano più di ogni altra cosa e l’impressione è che gli adolescenti piuttosto che sposare un’ ideologia politica (quale che sia), si affidino a correnti di costume più che di pensiero; dei pacchetti all-inclusive completi di abbigliamento tipico, lessico caratteristico, modo di porsi, musica esclusiva, e tanti altri piccoli optional; infine qualche sprazzo di idee per sentito dire e tanti saluti a filosofi barbuti e statisti pelati che si rivoltano nella tomba. Quelli che si astengono da questo gioco delle parti, stanno bene attenti a non pensare per non farsi una posizione su niente, in quanto ogni opinione sarebbe riconducibile ad uno dei pacchetti ai quali si è scelto di non aderire, per pigrizia, mancanza di stimoli o semplicemente per volontà di prendere le distanze da tutti gli optional di cui sopra, ai quali si verrebbe inevitabilmente accostati. La cosa veramente grave di tutto questo è che la capacità di analisi e di critica dei ragazzi va a farsi benedire. A questa condizione purtroppo, il fatto di diventare adulti raramente pone rimedio; certo magari si riducono gli optional, ma resta la struttura di base fatta di NIENTE su cui si è costruita la propria presunta coscienza politica. A quel punto si diventa carne da macello per le televisioni e siamo pronti a berci per tutta la vita la favoletta della destra e della sinistra che si fanno la guerra. Noi nati dopo il 1980 (gli attuali laureandi, specializzandi, giovani precari e via dicendo) rappresentiamo la prima vera generazione di figli della televisione, vera e propria arma di distruzione di massa moderna, e la scarsa mobilitazione degli universitari, soprattutto in città piccole come Benevento, ne è la prova; immaginate cosa sarebbe successo se la legge 133 fosse stata proposta 30-40 anni fa alla generazione dei nostri genitori. Insomma, i media ci buttano fumo negli occhi, facendoci credere da anni che tutti i nostri problemi sono legati semplicemente a questo o quel governo, a questo o quel ministro, a quella destra o a quella sinistra e soprattutto hanno il potere di metterci gli uni contro gli altri; a milioni sulla stessa bagnarola fatiscente in mezzo al mare in tempesta ci azzuffiamo in continuazione, chi sta a prua chiama terrone chi sta a poppa o peggio ancora ci confiniamo e ci dividiamo in schieramenti politici che non esistono, o quantomeno non esistono più. Tutto questo mentre a pochi metri c’è una gigantesca nave da crociera con poche centinaia di persone che nella sostanza se ne sbattono altamente delle ideologie politiche e si fanno il loro viaggio faraonico pagato da noi e se ne fregano della bagnarola, anzi, se dovesse essere necessario ci verrebbero anche addosso. Paradossalmente, in questo scenario, chi prova a sensibilizzare e coinvolgere, sbatte il muso contro il muro del non-pensiero e delle etichette; basta fare semplice contro informazione per essere bollati come comunisti e non ci sarebbe niente di male, se questo non fosse visto come un marchio da lebbrosi dalla maggior parte delle persone potenzialmente coinvolgibili nelle proteste; chi distribuisce volantini di denuncia ai passanti è considerato spesso alla stregua del tossico che chiede l’elemosina. Ormai è impossibile convincere chi guarda dall’esterno che chi manifesta lo fa semplicemente perché non ritiene giusto il vergognoso stupro dei nostri diritti; come è impossibile convincerli che la cosa riguardi anche loro, il lavaggio del cervello è troppo più forte e subentra il lineare e comodo ragionamento:
manifesti? --> sei comunista (è evidente e poi si vede da come sei vestito) --> io non lo sono (perché non è divertente e per tutte le cose che ho sentito dire su quelli come te) --> partendo dall’assioma che hai torto a prescindere (in quanto comunista), trovo le giustificazioni più disparate a tutti i soprusi che tu contesti (cose del tipo ”…voi quando eravate al governo cosa avete fatto?”…MA VOI CHI???) --> sto a posto con la coscienza --> la mia meravigliosa esistenza continua indisturbata, perché tanto prima o poi qualcuno che mi raccomanda per lavorare salterà fuori…
Questa diffidenza, naturalmente, è alimentata dai media e da chi li comanda, i quali hanno solo da guadagnare dalla criminalizzazione e dalla strumentalizzazione del libero pensiero e dipingono i movimenti di protesta, nel migliore dei casi (studenti), come colorati e allegri fenomeni folkloristici di nullafacenti. Alla luce di tutto questo (e mi rivolgo a chi già si batte e cerca di coinvolgere), credo sia inutile continuare a sventolare con testardaggine quella “bandiera rossa” che doveva trionfarla; bisogna prendere atto che la bandiera rossa è stata attaccata e continua ad essere troppo attaccabile da un potere (mediatico) contro il quale non si hanno i mezzi per vincere. Credo sia necessario invece fare un passo indietro (o in avanti?) e svestirsi di tutti i simboli, le bandiere ed i colori etichettabili e strumentalizzabili e ribadire con forza l’obiettività analitica delle proprie idee e l’estraneità alla trappola del gioco delle parti organizzato da chi comanda. Senza cambiare la sostanza delle proprie idee, bisognerebbe sapersi adattare al nuovo livello dello scontro; uno scontro che raramente si consuma nelle piazze, perché quando si arriva nelle piazze si è già perso; siamo sconfitti precedentemente da un esercito di tronisti, veline, isole famose, grandi fratelli, studi aperti, guide ai campionati, bruni Vespa, emilii Fede ecc.ecc.ecc.ecc.
Conosco molte persone che razionalmente condividono molte mie posizioni su diverse situazioni italiane e mondiali, ma quando si arriva all’atto pratico, scatta qualcosa nella loro testa che gli impedisce di mobilitarsi, perché farlo significa inconsciamente per loro dover necessariamente passare sotto quella bandiera rossa che per tutta la vita gli è stata dipinta come niente di buono. Allora, non possiamo arrenderci davanti a queste convinzioni delle persone che andiamo a sensibilizzare, perché se nella sostanza in tantissimi sono d’accordo, forse è il caso di fare almeno un tentativo di cambiare la forma, andandoci a porre come donne e uomini liberi senza colori politici, che sono spinti soltanto dalla razionale analisi dello stato dei fatti; tanto della forma a noi cosa importa?
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